Quando qualcosa non (ci) convince…
Elogio del conflitto

“Parte e tutto, semplicità e complessità”. La primissima cosa a cui questo titolo mi ha fatto pensare è stato un mantra molto in voga anni fa “Lo shiatsu c’è già tutto nella prima pressione, solo che non lo sai e ti servono anni per scoprire che è vero”. O qualcosa di simile.
La seconda è emersa dal ricordare un grosso conflitto interiore, emotivo e conoscitivo, sopraggiunto a formazione shiatsu quasi avvenuta e procuratomi dal constatare quella che a me sembrava una grande contraddizione dei miei insegnanti allo IOKAI, sia di Tokyo che di Kyoto, esprimibile nella classica formula “predicare bene, ma razzolare male”. Si trattava
nientemeno di non riuscire ad accettare il fatto che, qualsiasi fosse il SHO, il KYO-JITSU
percepito o meglio “preso” in hara durante la loro attività clinica (a cui ho assistito per mesi), il procedimento che ne seguiva era poi immancabilmente un trattamento nelle 4 posizioni (quella seduta in verità piuttosto ridotta) e praticamente su tutti i canali elettivamente accessibili in dette posizioni. A me sembrava una applicazione, pur non pedissequa, dei kata; ero anche consapevole che essendo di fatto la relazione operatore – ricevente ogni volta diversa, nulla si ripeteva, né poteva ripetersi.
Mossa dalla feconda energia di questo conflitto interiore, per giustificare tale modus operandi nella mia mente bisognosa di “comprendere”, sono tornata più volte a pensarci nel corso degli anni e, sempre nel corso degli anni, sono arrivata a differenti e progressive “pacificazioni” teoriche.
Innanzitutto ci si può aprire la strada approcciando il problema con uno strumento occidentale, la dialettica Sfondo-Figura messa in luce dalla Psicologia della Gestalt (che Masunaga conosceva bene). La Figura è ciò che il ricevente ci porta, che ci viene messo davanti come disagio, sofferenza; o anche ciò che di essa ci pare di capire in termini energetici.
Lo Sfondo è un magma indistinto che chiamerò “quella vita lì” , con la sua complessità, il suo divenire, il suo essere incarnata. Riusciamo a ribaltare il focus, a passare dalla figura allo sfondo, e poi vederne (comprenderne) il rapporto generativo?
Specifico e pertinente è invece l’ aiuto che ci viene da uno strumento concettuale e operativo consegnatoci da S. Masunaga, il “KYO-JITSU”.
E’ un concetto semplice che Masunaga spesso ha raffigurato con una circonferenza (a simboleggiare l’unità interattiva della struttura energetica nell’essere umano, ovvero il sistema delle funzioni vitali di base). Una circonferenza, che, come succede ahimè al vivente, non è bellamente e nitidamente circolare, ma è “acciaccata” da protuberanze e avvallamenti, ossia le risposte più o meno adeguate agli insulti della vita; tutto sommato però ancora riconoscibile come qualcosa che è “se stessa”. Nel disegno di Masunaga è una circonferenza in cui sono rimarcati una protuberanza più accentuata di altre ed un avvallamento più consistente degli altri. Insieme costituiscono appunto il kyo-jitsu.
In questa immagine ed in questo concetto cardine unitario dello squilibrio energetico, la semplicità non fa danno alla complessità. Sembra felicemente plausibile poter interpretare uno squilibrio come espressione, come effetto, come “abnorme” rapporto reciproco di una sola (o principalmente una) coppia di funzioni vitali, simbolicamente rappresentabile con “-/+ “, oppure con “- -/–“ cioè linea spezzata yin/linea continua yang, invisibile/visibile, silente/attivo etc.
E’ plausibile anche perché appaga concettualmente il bisogno che l’atto della valutazione non sia dispersivo, ma unificante, ricompositivo. E dunque, tornando al conflitto: perché, con questo strumento in mano (propriamente “in mano”!) i miei insegnanti giapponesi non si limitavano ad operare su quel + e quel – (ovvero il meridiano o la coppia di meridiani più kyo e più jitsu), ma di fatto facevano shiatsu sul corpo intero ed inoltre nelle 4 posizioni?

Le mie risposte le lancio qui come altrettante bocce lanciate verso il boccino della vostra considerazione

a) I KATA delle 4 posizioni insegnati durante la formazione, pur nella varietà delle soluzioni tecniche costituiscono (costituivano?) nel loro insieme qualcosa di paragonabile a quei “modelli di carta” che le sarte appoggiavano alle stoffe da tagliare per ricavarne, con aggiustamenti e modifiche varie rispetto al modello, per esempio un tailleur, tanto per una donna grassa che magra, piccola o alta, asciutta o curvilinea. Stava alla loro abilità , alla loro arte, ADATTARE il modello alla realtà della persona; ciò che veniva pur sempre prodotto era però un tailleur. Chi non abbia mai visto un simile modello, non sarà credo in grado di cogliere questa similitudine. Kata dunque come “modelli”, schemi energetici.

b) Lavorando sul corpo intero, su tutti i meridiani con attitudine di ascolto-risposta, di empatia (ma sempre con competenza nel rispetto dei principi di base) e con la stella polare data dallo SHO del kyo-jitsu (o meglio dal suo significato in termini di ricomposizione funzionale) l’operatore altro non fa che portare passo passo (punto per punto è il caso di dire) l’attenzione del ricevente, e dunque il suo ki, verso la sua propria “struttura energetica”, come se in questo percorso costituito dal trattamento, se ne facesse un ri-passo globale. Il movimento di riequilibrio, l’operazione di resettare è con ciò totalmente a carico della risposta che il ricevente dà a se stesso, anche inconsapevolmente.

c) Lavorare sul corpo intero è come mettere le mani su un cerchio ammaccato: non basta lavorare sull’ammaccatura, non la si raddrizza in un’unica passata, ma si deve lavorare a più riprese su tutta la circonferenza, distribuendo ogni volta su di essa quel che viene recuperato da un punto. Insomma tutta la circonferenza partecipa al riassorbimento del danno. Ciò chiede tempo forse, ma il risultato è più armonioso e duraturo. Per completezza di relazione, mi sento in dovere di riportare anche una delle risposte che ho ricevuto, non da un’ insegnante è vero, in Giappone: fare un trattamento in quel modo “E’ come pulire a fondo tutta la casa, non limitarsi ad una sola stanza. E la casa la usi tutta”.

Maria Silvia Parolin
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Fra la Parte e il Tutto
passeggiando nei dintorni

L’esplicito accostamento dei termini “parte e tutto” e “semplicità e complessità” presenti nel titolo di questo nostro XXVI Convegno Nazionale, ne è e sarà il leitmotiv dei lavori congressuali. Anche i due abbinamenti sono correlati fra loro, “parte e tutto” ne assumono la connotazione più fisica, corporea, mentre “complessità e semplicità” danno una colorazione, una qualità ai due precedenti aspetti. Avremo modo di apprezzare durante i lavori, alcune interessanti ed importanti interpretazioni di questo “titolo congressuale”, attraverso l’alternarsi di proposte che toccheranno queste due peculiarità. Pur tuttavia, in questo preludio, mi pare interessante portare la vostra attenzione su due punti che, proprio perché di natura implicita e silente, potrebbero sfuggire o passare inosservati.

Questi punti sono:

– Il legame, il catalizzatore che tiene uniti e vivifica la “parte” con il “tutto” e “la
complessità” con la “semplicità” da un lato.
– Dall’altro osservare queste attitudini all’interno dello Shi-Atsu, atsu non attraverso esperienze applicative, ma passeggiando all’interno di Shi-Atsu, questa nostra Grande Arte per la salute.

Penso sia superfluo farvi notare che ci stiamo incamminando in questo percorso utilizzando la logica della dualità, della reciprocità, (“parte e tutto”, “complessità e semplicità”, ecc.) e che anche questa nostra grande arte, nel dichiararsi, la si esprime con una duplice verbalizzazione, “Shi” ed “Atsu”.
Tutti conosciamo che pressione con la mano, premere con le dita, sono le traduzioni che comunemente vengono proposte nel “tentativo” di definire un’Arte tanto grande da non potersi nascondere dietro, od essere contenuta solo, in un gesto pressorio.
Immaginate i due ideogrammi “Shi” ed “Atsu”, vorrei entrare con voi nello spazio fra i due pittogrammi, per leggerne, sentirne le energie, le tensioni che li tengono uniti.
shiIl pittogramma “shi” che si occupa della concretezza raffigura la mano, la mano sinistra che nel simbolismo etimologico si lega allo yang e quindi all’azione.

cieloNella dicotomia Cielo-Terra è il Cielo, che per sua natura è sopra, in alto e ordina (ordine del Cielo), dando una direzione. Echi etimologici lontani collegano la mano sinistra all’editto dell’Imperatore, è dunque la presa in carico di una responsabilità regale, è l’Uomo che si occupa dell’Umanità, siamo ad un gradino più alto.
atsu1Il pittogramma “atsu” che si occupa dell’ambito meno concreto e più legato a sensazioni, raffigura uno scenario in cui un uomo, appagato dopo un lauto pranzo, o se preferite una cena, con una certa sonnolenza si apparta in un anfratto e si concede una pausa, premeresdraiandosi a terra, sulla terra. Ecco il senso di pesantezza, sentire il corpo pesante, per analogia dunque ecco il “premere”.
Naturalmente l’anfratto, la grotta fanno passare il senso di intimità, di raccoglimento, di osservare e osservarsi dentro, e la sazietà fa filtrare il senso di appagamento, insieme al nutrimento. Non ultimo, l’anfratto, il cibo, la bocca, legano il quadro agli elementi collegati alla Terra, a tal punto che nel tratto semplificato del pittogramma appare proprio raffigurata la Terra.

La mano che agisce, lo yang, il Cielo, l’editto dell’imperatore, indica dunque la direzione e suggerisce allo yin, alla Terra di generare delle risposte. Essa, preme e produce una sensazione, un effetto, “Il Cielo ordina, la Terra risponde”, Shi—-Atsu!
Nella genialità nipponica, ovvia a questo punto, l’introduzione di una qualità unica nel gesto, che differenzia lo shiatsu da altre pratiche il tipo di pressione: perpendicolare, diretto al Centro, ritmica e sequenziale, come avviene nel continuo scambio dei Soffi dell’intervallo Cielo-Terra.
Giuliana Fusaro è concorde e sorride, come lo era nelle condivisioni di tempo fa.

Bi-dimensione e tri-dimensione
Nel singolo atto pressorio, l’azione è bidimensionale, si entra e si esce dalla pressione. La terza dimensione è lo spazio, dove si dà continuità al gesto, nel susseguirsi degli atti pressori. Ecco in campo d’azione dei Soffi, del Qi, per qualcuno sono i canali, i meridiani, per altri dei punti, oppure delle aree, delle zone, per altri ancora né aree ne punti né canali ma l’intero corpo, poco importa.

Intenzione e Strategia
Ma non sfuggiamo alla domanda: lo shiatsu, il trattamento shiatsu si risolve anche con una sola pressione? Lo shiatsu è anche e solo pressione? Quale legame vi è fra le pressioni singole per far sì che un trattamento shiatsu possa definirsi tale, possa andare oltre la fisicità dell’atto e si possa differenziare dalla fisioterapia o altro?
Strategia! Nel rapporto stretto fra operatore e ricevente, che nel concreto avviene attraverso un contatto modulato, singolo, ripetuto che è la pressione, occorre, occorrerebbe, formulare un insieme di intenzioni che, organizzate, si trasformino in una Strategia, a supportare un’intenzione. Chi compie l’azione formula, chi permette l’azione riceve, è il non due dello shiatsu.
Tuttavia questa strategia-intenzione dove e come la si può innestare in un rapporto operatore- ricevente, tori-uke? Se qualcuno ci chiedesse dov’è la strategia, fammela vedere, che risposta ci sentiremmo di dare?

La quarta dimensione
A mio avviso, occorre inserire un quarto elemento, una quarta dimensione: il Tempo.Il tempo è scandito nella pressione dalla giustezza nell’entrare e nell’uscire, è nel ritmo costante; la ripetizione diviene il ticchettio dell’orologio. Si entra così in simbiosi con i meccanismi della vita, il ritmo del cuore, il mantice del respiro, come l’andare ed il venire del gesto che produce la pressione. La perfezione della pressione crea il legame con la concezione del tempo, né accelerato né lento, giusto; il Qi ha necessità del giusto tempo per modellarsi diversamente; nel tempo si pone l’intenzione che diviene strategia, finalizzata alla rettifica dei soffi. La natura dei soffi sta nella nomenclatura dei territori, delle linee, dei punti, altrimenti che senso avrebbe nominarli?In questo modo, affidandosi ad una strategica intenzione, ogni singola pressione, nella consapevolezza della sua unicità, è integrata in un percorso che ha un inizio ed una fine ben determinata, non dimenticando che nell’ottica delle ciclicità, ogni fine coincide con un nuovo inizio. Il QI transita per lo stesso punto, attraverso meccanismi diversi, ogni cinquanta minuti circa, e l’insieme dei vari aspetti del trattamento ha il compito di rettificare i soffi, al fine di riportarli alla loro giustezza, alla loro natura, alla loro direzione. Un esempio fra i molti: che senso può avere occuparsi del percorso del canale dell’intestino crasso e dello stomaco? Favorire la capacità di assimilazione del singoli visceri correlati? Porre l’uomo dinnanzi alla capacità di ritrovare una relazione fisica, alimentare con il mondo attraverso la bocca? Certo anche questo, tuttavia se ricordiamo che i canali hanno il nome yang ming, la luminosità dello yang, trattare con attenzione questo livello, con i tempi necessari per fare in modo che il Qi si rettifichi, significa permettere allo yangming (territorio funzionale corporeo) di ritornare a realizzare se stesso al finire del suo percorso, riportando la luce, la luminosità nello yin, per permettere all’Uomo di guardare dentro di se con luce nuova. In questo senso lo yang ming del piede è il Protettore del Cuore.

La curvatura del tempo
Fino a qualche anno fa, m’immaginavo il tempo come un elemento a consumo, trascorrendo, inesorabile, diminuiva sempre più, con pochi altri scopi. L’energetica mi ha dato una grande altra possibilità e punto di vista, introducendo nella lettura della vita stessa, in ogni tipo di manifestazione vitale, lo spazio-tempo, non scisso ma accoppiato, in perenne relazione.
È stato naturale chiedersi quali trasformazioni subisse il tempo e soprattutto se avesse una direzione, come tutte le cose esistenti.
Vi siete mai posti la domanda della direzione temporale? Quel gran genio di Albert Einstein, che scomodiamo, ha proposto non solo una diversa velocità del tempo, rispetto al pianeta Terra, ma attraverso quest’affermazione ha introdotto la direzione (per percepire la velocità occorre leggere i punti su una traiettoria e quindi una direzione). Se il tempo avesse una direzione lineare, ciò che posizioniamo nel tempo non farebbe ritorno, sarebbe disperso, essendo l’universo infinito.
Nella sua grande teoria, Albert ha teorizzato una curvatura nel tempo, insieme a molte altre proposte. La curvatura, la linea curva, presuppone un raggio di curvatura e quindi, aldilà della quantità di tempo, introduce una traiettoria circolare nel movimento del tempo.
Se introduco cose nel tempo affidandole ad una direzione, mi aspetto che ritornino dalla direzione opposta, arrivandomi alle spalle, non mi chiedo quando.
Per coloro che, come noi, hanno abbracciato l’energetica, non rientra nelle novità il concetto di circolarità.
Ad onor del vero, molte proposte energetiche vanno oltre la circolarità, ed introducono il concetto di spirale; se si osserva tridimensionalmente la spirale, e questa dimensione la si associa al tempo, si noteranno molte analogie con le forme naturali, galassie, sistemi solari, la stessa cellula, in sintesi i movimenti naturali dei sistemi.
Tuttavia, mi sembra perlomeno affascinante pensare intenzionalmente che, se introduco qualche cosa di sottile, come una esortazione, una preghiera, una strategia, una intenzione nel tempo (o nello spazio-tempo) che sto vivendo, queste formulazioni ritornino. È pensare che il tempo non possa ma debba essere riempito, di cose sottili che diano un senso alla vita ed alle cose, e che nel continuo ed inscindibile rapporto spazio-tempo, Cielo-Terra, l’uno influenzi e rettifichi i soffi dell’altro, nell’equilibrio misterioso della vita.
In questo modo, con un tempo un poco più pieno ed uno spazio un poco più vuoto, ogni pressione, unica ed irripetibile, cuce questa distanza fra operatore e ricevente, nel tutto di un trattamento.
Tutto questo potrebbe essere un modo di riempire e leggere lo spazio fra “Shi” ed “Atsu”.

Grazie e buona vita
Fabrizio Bonanomi

 

Espressione e comprensione delle emozioni: i neuroni specchio spiegano l’empatia ? (Pio E. Ricci Bitti )

 

  1. L’emozione costituisce una delle esperienze più significative dell’essere umano; essa accompagna infatti l’individuo lungo tutto l’arco della sua esistenza fornendo un modello adattivo nelle interazioni fra organismo ed ambiente.  La risposta emotiva va considerata un costrutto psicologico in cui intervengono diverse componenti aventi ruoli funzionali  diversi,  ma integrati tra loro: componente cognitiva; componente psicofisiologica (o di attivazione corporea); componente espressivo motoria; componente motivazionale (relativa alle tendenze ad agire); componente soggettiva  (o fenomenologica, che consiste nel sentimento eventualmente provato). Le tre principali funzioni adattive della risposta emotiva  sono la valutazione degli eventi-stimolo rispetto ai bisogni, piani e preferenze dell’organismo; la preparazione psicologica e fisiologica dell’azione necessaria per affrontare adeguatamente l’evento-stimolo; la comunicazione-segnalazione del proprio stato interno da parte dell’organismo all’ambiente circostante, mettendo gli altri organismi nella condizione di prevedere i comportamenti dell’individuo che sperimenta l’emozione e pianificare le proprie risposte in modo adeguato.
  2. I segnali principali dell’esteriorizzazione delle emozioni  negli essere umani sono rappresentati dalle espressioni del volto, dalle modulazioni vocali, dalle posture del corpo e dai gesti. I canali sensoriali implicati nella percezione di tali segnali sono principalmente il canale visivo, il canale uditivo e, solo marginalmente negli esseri umani, il canale tattile e quello olfattivo. L’espressività emozionale è spontanea ed è legata a programmi neuromotori specifici per specifiche emozioni; l’apprendimento su base sociale ha soltanto il compito di rendere “adeguata”, sulla base di regole “situazionali”, la corrispondenza fra esperienza interna e manifestazione esterna. La regolazione dell’espressione emozionale è il risultato dell’interdipendenza fra fattori interni, interpersonali e sociali. La percezione e riconoscimento delle espressioni emozionali di altri individui è invece frutto di apprendimento sociale; la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni altrui rappresenta una componente di base delle abilità  sociali e risulta elemento portante della competenza  dei professionisti delle relazioni di aiuto.
  3. La recente scoperta del sistema dei neuroni specchio sarebbe in grado di spiegarci il modo in cui riusciamo a comprendere le emozioni altrui e ad entrare in empatia con gli altri. L’attivazione dei neuroni specchio produrrebbe una simulazione automatica della componente motoria delle espressioni facciali, creando nell’osservatore l’esperienza dell’emozione altrui come se la stesse provando in prima persona, permettendo così di riconoscere e comprendere quell’emozione  e provare empatia. La teoria, affascinante e suggestiva, non chiarisce alcune questioni ancora aperte, che vanno affrontate per evitare semplificazioni e generalizzazioni non sufficientemente supportate da evidenze.

Per limitarci ad alcuni esempi, si dovrebbe considerare il ruolo del sistema dei neuroni specchio nel caso di espressioni emozionali non genuine (cioè simulate); il fatto che sperimentare risposte emotive non garantisce di per sé il saperle riconoscere, comprendere o definire con precisione;  il ruolo di fattori contestuali  nel favorire o inibire l’empatia; il fatto che  per alcune emozioni “complesse” non caratterizzate da espressioni facciali “tipiche” il riconoscimento, la comprensione e l’empatia richiede la integrazione di molteplici elementi del contesto, l’accesso a contenuti mentali specifici e l’utilizzo di particolari competenze cognitive.

 

Come si allena la percezione nello Stile Masunaga (Gabriella Poli)

 

Il tema di questo Convegno è:  “La parte ed il tutto:  semplicità e complessità nello Shiatsu”:

Noi lavoriamo con una parte del nostro corpo su una parte del corpo del nostro ricevente ma stabiliamo con lui un contatto globale:   è la vita del praticante che incontra ed interagisce con la vita del ricevente in un appoggio e sostegno reciproco.

Lo Shiatsu è semplicemente contatto attraverso il tocco, ma è grazie alla qualità di questo tocco e del contatto che riesce a stabilire che la vita può essere contattata nella sua complessità, nella ricchezza di tutte le sue manifestazioni ed espressioni.

A tutti gli Operatori è noto come alla base dello Shiatsu sia la percezione. E come per sviluppare ed affinare tale percezione sia necessario sia un profondo lavoro su noi stessi a tutti i livelli, cito Masunaga: …”l’efficacia di un trattamento dipende in forte misura dalla persona che lo applica”…(Zen Shiatsu),  …”Per prendersi cura di un essere umano, c’è bisogno dell’Uomo con il suo cuore di Uomo”…(Shiatsu et Médecine Orientale),  sia l’applicazione pratica dei preziosi strumenti che Masunaga stesso ci ha fornito per questo scopo.

Egli ci ha parlato di sensibilità epicritica o differenziata e di sensibilità protopatica o primitiva e di come la sensibilità epicritica ci permetta di distinguere, di riconoscere una parte dall’altra, e di come invece la sensibilità protopatica ci permetta di metterci in contatto con il tutto, con la Vita.  …”Quando facciamo Shiatsu non è il senso del toccare della sensibilità differenziata che è all’opera , ma quello che diviene predominante  è la sensibilità primitiva con la sua facoltà di empatia con la vita”…(Shiatsu et Médecine Orientale)

Esamineremo e sperimenteremo la sua rivoluzionaria tecnica bimanuale ed il concetto di mano madre e mano figlia: …”L’unico metodo capace di equilibrare efficacemente il flusso energetico che attraversa il corpo è il metodo che utilizza l’interazione o sinergismo tra le forze kyo e jitsu mediante la manipolazione bimanuale”…(Zen Shiatsu)

E ancora:  Masunaga ripete spesso nei suoi libri il concetto che:…”il trattamento è la diagnosi e la diagnosi è il trattamento”… Vedremo quindi brevemente i quattro metodi diagnositici orientali: la bo-shin, la bun-shin, la mon-shin e soprattutto la setsu-shin: Il metodo centrale e il più fondamentale.  

Setsu shin significa letteralmente “tagliare” nel senso di “penetrare”, “andare in profondità”, “avvicinarsi sempre di più a qualche cosa”.

E Masunaga nei suoi libri ci parla diffusamente di come “penetrare, andare in profondità, avvicinarsi sempre di più a qualcosa”, ci parla della qualità del nostro tocco, del nostro appoggio, della nostra pressione e di come affinare sempre di più la nostra sensibilità attraverso questa pressione:  …”la Setsu-shin orientale impone al terapista di esercitare una pressione statica e prolungata che rilassa il simpatico e consente al parasimpatico di frenare l’esaltata attività degli organi interni”…(Zen Shiatsu).    E ancora …”E’ bene dunque per percepirlo (il flusso dell’energia) di arrivare alla pace della mente, in modo da poter percepire con tutto il proprio corpo, invece che con le dita; ma non si tratta in nessun caso di una laboriosa illuminazione spirituale, è sufficiente semplicemente lasciare funzionare il proprio intuito.  Ciò avviene quando si è uno con il malato, e cioè quando si ha per lui dell’amore”.

Sarà infine molto interessante notare come nel parlarci della percezione e di come svilupparla, uguale spazio e uguale importanza venga attribuita da Masunaga sia all’aspetto tecnico:  pressione perpendicolare, costante, mantenuta nel tempo, esercitata utilizzando le due mani, sostegno e appoggio reciproco, ecc. sia all’aspetto umano:   al modo cioè nel quale si considera il ricevente, alla simpatia vitale, al senso di comunione e condivisione che si stabilisce tra ricevente ed operatore, all’importanza di accogliere i riceventi con il cuore per poterne percepire i bisogni, la sofferenza e comprenderne le richieste.

Come si allena la percezione nello Stile Namikoshi (Fabio Amicizia, Fabio Lattanzi, Roberto Taverna)

La diagnosi secondo lo Shiatsu Namikoshi

La valutazione diagnostica assume un ruolo di fondamentale importanza dal momento che indirizza l’iter terapeutico successivo. Il colloquio con il richiedente, l’osservazioni delle caratteristiche generali e della postura (costituzione), l’esame fisico (non strumentale), l’esame neurologico periferico e la valutazione funzionale, possono dare una risposta chiara al motivo dell’insorgenza della sintomatologia lamentata. E’ necessario notare che,in ambito riabilitativo, spetta sempre alla figura del medico specialista (solitamente un fisiatra) il compito di fornire una diagnosi accurata facendo uso anche di indagini eseguite per mezzo di strumenti quali ecografie, radiografie, tomografie computerizzate (TC), risonanze magnetiche nucleari (RMN), elettromiografie e mieloradicolografie. Analogamente negli ambiti della medicina interna e della psicologia, rimane un obbligo per un terapista Shiatsu quello di attenersi alle indicazioni diagnostiche degli specialisti. Tuttavia, sia in presenza che in assenza di diagnosi medica, il terapista Shiatsu deve comunque rendersi pirenamente consapevole della situazione fisiopatologica che gli si pone innanzi analizzando e valutando attraverso il cosiddetto esame obbiettivo.

Esame Obbiettivo

Avviene in più gradi successivi:

L’allineamento posturale ideale in ortostatismo deve essere quanto più vicino possibile alla linea di gravità. Osservando una persona in stazione eretta, con i piedi paralleli in posizione neutra, posta di fianco, dobbiamo prendere in considerazione l’allineamento delle seguenti aree per determinare la correttezza o meno della sua postura

La linea di gravità (linea a piombo), a partire dall’alto (vertex antropometrico), scende lungo il trago dell’orecchio esterno per attraversare i corpi delle vertebre cervicali, a metà dell’articolazione scapolo-omerale, a metà del torace (anteriormente rispetto alla cifosi dorsale), attraversa i corpi vertebrali lombari, il grande trocantere, passa poco anteriormente alla linea mediana del ginocchio e quindi al malleolo laterale per finire in linea all’articolazione calcaneocubidale. Rispetto a questo tipo di allineamento è possibile notare una discreta varietà di anomalie posturali. Nel caso di un soggetto con una cifosi piuttosto accentuata, il capo propende in avanti e la linea a piombo passa in riga con i processi spinosi delle vertebre cervicali e lombari (iperlordosi); è piuttosto visibile anche l’inclinazione anteriore del bacino (le articolazioni coxofemorali lavorano in costante flessione). In una postura a dorso piatto anche le curve cervicale e lombare tendono alla rettilineizzazione   predisponendo a rigidità e dolore. Nel caso della presenza di una cifosi lunga, il bacino tende a scivolare in avanti (inclinazione posteriore) riducendo la lordosi lombare (appiattimento) con dolore lombare e patologie a carico delle ginocchia (iperestese). Occorre osservare anche l’area dove cade il baricentro della persona che si sta valutando; se la proiezione del baricentro si sposta verso il calcagno, il soggetto è costantemente proteso in avanti e mette in tensione continua le catene muscolari posteriori della schiena e delle cosce, posteriori e laterali delle gambe e anteriori dei piedi. Quando le ginocchia e il bacino sono spostati in avanti rispetto alla linea ideale, testa, spalle e tronco tendono all’indietro, con conseguente rigidità lombare e lassità addominale. Spesso si assiste ad una rotazione intorno al proprio asse in alcune persone che tendono a spostare il peso prevalentemente su un arto rispetto all’altro (presenza di dolore localizzato su un’ emiparte). Con un’osservazione di natura generale relativa alla condizione fisica e strutturale della persona, si può avere un’idea delle cause che portano il soggetto nella condizione patologica. Tuttavia è necessario, attraverso il colloquio, comprendere la situazione di svolgimento delle comuni attività lavorative e di vita. Il problema che si traduce poi in malattia nasce attraverso la concomitanza di conformazione individuale e tipo di occupazioni abitualmente eseguite. Molto importanti sono le domande, relative allo stato morboso in sé, che in questa fase di indagine devono essere poste al richiedente.  In particolare bisogna chiedere:

E’ altresì importante sapere di eventuali altri disturbi apparentemente non connessi con il dolore. Infatti alcune problematiche di natura viscerale possono, sia influire sullo stato doloroso, sia essere una delle possibili conseguenze.

A questo punto si può passare a valutare, dal punto di vista più direttamente fisico, il soggetto in esame. L’ispezione viene eseguita in ortostatismo, con colonna e bacino nudi, cercando eventuali alterazioni cutanee quali lesioni psoriasiche (indice di coinvolgimento reumatologico) ed erpetiche (“fuoco di San Antonio”), dismetrie al bacino o dismorfismi rachidei. Tra le cose principali da osservare ci sono:

La fase immediatamente successiva riguarda la palpazione in digito pressione lungo i percorsi indicati dalla tecnica Shiatsu; si cercano eventuali punti che possono produrre dolore localizzato od irradiato. La palpazione viene eseguita con particolare attenzione lungo la muscolatura paravertebrale. In presenza di una sintomatologia algica risulta altrettanto importante la valutazione della mobilità articolare e muscolare (quest’ultima legata alla lunghezza e all’elasticità).

Nella ricerca di un’eventuale presenza di sofferenza radicolare occorre provocare, attraverso opportuni test, il sintomo doloroso lamentato dal richiedente. Ad esempio, nei casi di lombalgie  e lombosciatalgie, si possono somministrare test quali:

Nell’esame della funzionalità motoria generale, oltre ad osservare la normale mobilità durante la deambulazione e le capacità di estensione, flessione (frontale/laterale) e di rotazione della colonna, degli arti superiori e inferiori, occorre analizzare l’ampiezza del movimento relativa a singoli muscoli, o a gruppi di essi, tra loro legati nell’ambito della stessa catena cinetica. Naturalmente è necessario escludere un interessamento diretto dei muscoli di agonisti e antagonisti dei distretti esaminati, oltre a quelli del torace e dei muscoli respiratori (primo fra tutti il m. diaframma). Nel portare avanti l’indagine motoria , si ricercano tutte quelle limitazioni funzionali che rendono disomogeneo il movimento; ad esempio l’eccessiva tensione in un particolare distretto muscolare (brevità del ventre muscolare? Lesione? Ipostenia? Atrofia?), la rigidità articolare (compromissione dell’integrità dell’articolazione? Contrattura muscolare?), l’alterata sensibilità somatica lungo i dermatomeri (lombari e sacrali), ecc

Nello studio legato alla branca della medicina detta Costituzionalistica, di diretta derivazione ippocratica, si mettono in relazione i segni esteriori del corpo e gli atteggiamento posturali con lo psichismo della persona. In particolare sia i medici della scuola di Cos (Ippocrate, Galeno, Mercuriale) sia i pitagorici (Pitagora, Platone, Apollonio di Tirso, Paracelso) erano fermamente convinti che la condizione umana fosse il prodotto di una serie di “condensazioni” successive da parte di una “materia” più sottile e leggera in una via via più spessa e pesante. Dal Pneuma si condenserebbe la Psiche e da essa il Soma; il Saarx (corpo di carne e sangue) rappresenterebbe la controparte fisica-corporea dei tre aspetti spirituali. Nel corpo umano la controparte del Pneuma è la mente (consapevolezza propria), della Psiche è la parola/respiro, del Soma è la struttura fisica. La medicina tradizionale, utilizzando questo tipo di sistema conoscitivo, segue un principio di tipo omeofisiologico; vale a dire che si basa sul sostenere la naturale risposta organica contro qualsiasi tipo di patologia. La medicine moderna, pur avendo la medesima base culturale dell’antica, non si cura di facilitare le normali condizioni fisiologiche ma pone l’accento sulla malattia contrastandola (allopatia). Lo Shiatsu, pensato originariamente da Tokujiro Namikoshi già a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, risente dall’influenza concettuale della medicina tradizionale cinese importata secoli prima in Giappone. Anche la medicina cinese come l’ippocratica sostiene che il Corpo (Shen) derivi da successive condensazioni energetiche a partire dallo Spirito (Shen), Respiro (Qi) “anemos” in latino, Soma (Jing). Namikoshi pone enfasi fin dall’inizio sul fatto che attraverso lo Shiatsu l’operatore equilibra l’intero sistema del ricevente con un trattamento globale. Prende altresì le distanze dai sistemi allopatici centrati solo sul sintomo e da quelli di derivazione agopuntoria che mirano a trattare una serie di punti ritenuti specifici per la malattia in questione (protocollo terapeutico).  Tuttavia Namikoshi si rende subito conto dell’enorme utilità che poteva offrire lo studio, così accurato, dell’anatomia e della fisiologia attraverso i sistemi moderni; porta così lo Shiatsu verso il riconoscimento come sistema terapeutico analogo ma non identico al sistema fisioterapico. Infatti l’idea originaria della globalità omeofisiologica viene arricchita dalle conoscenze mediate dalla medicina accademica. La presa di distanza dai percorsi energetici agopuntori non ne implica l’esclusione a priori; così come il mancato adeguamento allo schema diagnostico e terapeutico di stampo allopatico non preclude lo studio della scienza medica moderna. In particolare, attraverso l’iter di analisi dell’esame obbiettivo, il terapista Shiatsu si rende conto della situazione complessiva di chi richiede aiuto; attraverso i primi tre punti si possono valutare le caratteristiche fisiche più evidenti ed esteriori, quelle che vengono messe alla mercé di tutti; con i successivi due, attraverso l’analisi a partenza corporea degli stati di tensione e rilassamento localizzati e generalizzati, si arriva a valutare la condizione psicologico-animica del richiedente; con gli ultimi due si inserisce la persona nella condizione originaria dalla quale deriva il suo personale stato di disfunzione. In particolare, nell’antica medicina occidentale, dalla condizione di “armoniosa bellezza” dell’ideale platonico si differenziano quattro tipologie umane parziali e pertanto potenzialmente patologiche. Esse sono:

Da queste tipologie derivano, in medicina moderna, quattro posture patologiche che sono:

Appare a questo punto evidente quanto, in maniera più o meno consapevole, le strutture o modelli mentali alla base di entrambe le medicine antiche (la Cinese e la Greca) abbiano influenzato la costruzione di un ipermodello globalizzante che trova la sua espressione nello Shiatsu pensato da Tokujiro Namikoshi e quanto questo Shiatsu sia dinamico non essendo costretto in schemi rigidi, in evoluzione non appoggiandosi a nessun sistema chiuso o preordinato, duttile essendo possibile attraverso la pressione esplorare le fasce corporee, psichiche, spirituali

 

 

La dimensione dell’Hara: Postura e Percezione nel trattamento dei meridiani  (Luigi Gargiulo) 

 

L’operatore shiatsu, nella sua dinamica interna e centratura nel Hara, non sta in uno spazio fisico ben definito, ma lo spazio del Hara è una dimensione vibrazionale che condiziona la postura e la percettività. In questo spazio la parte e il tutto diventano un’unica capacità percettiva. Le valutazioni e le strategie nel trattamento shiatsu (kyo-jitsu) dipendono dalla capacità dell’operatore di percepire, nello stato vibrazionale Harico, la parte in relazione al tutto. Quindi nel mio intervento cercherò grossomodo di fare questo:

  1. Concetti usuali su Hare e concetti avanzati (inusuali)
  2. Esercizi (brevi) di percezione dello stare nel Hara e movimento nello shiatsu
  3. Lo stato del Hara come spazio di forza solitaria e l’Hara come vuoto attrattivo in movimento
  4. Il pensiero come opportunità e come ostacolo
  5. La sincronicità tra uke e tori dipende dalla profondità dell’Hara di tori ma soprattutto dalla sua capacità di mettersi in gioco (non mentalmente ma fisicamente)
  6. Studio di una tecnica semplice di shiatsu in cui si mette in pratica il vuoto dell’Hara in movimento


Shiatsu e Hunyuanqi – Torì e Ukè formano un intero (Francesca Pasta)

 

Nel Zhineng Qigong, Hunyuangi è l’insieme di materia fisica, energia ed informazione e possiede la proprietà di contenere e riempire tutte le cose. La Hunyuangi umana ha la caratterista di “muoversi”  per mezzo della mente.

Esiste una stretta relazione fra lo Shiatsu e il Zhineng Qigong. Tale relazione si è evidenziata in anni di insegnamento nei quali ho strutturato un metodo basato su mirate tecniche Zhineng Qigong la cui pratica insegna all’operatore shiatsu ad acquisire una mente-specchio, necessaria per affinare e focalizzare le facoltà percettive, proprie della tecnica shiatsu, e fondamento della sua peculiare efficacia. Lo Zhineng Qigong  è un sistema completo, che integra tradizione millenaria e scienze moderne, proponendo una visione oleografica del paradigma olistico, estendendola all’intera esistenza e alle dimensioni della coscienza.

Attraverso la comprensione del concetto di Hunyuangi e di Campo Energetico, che spiegano il concetto di Informazione globale che lega una parte al tutto in un rapporto dinamico continuo e la pratica di tecniche mirate Torì e Ukè hanno la possibilità di realizzare una speciale unione e di fare esperienza di come operare in questa condizione, renda il trattamento, indipendentemente dalla tecnica Shiatsu usata, speciale.

In sostanza, nella relazione armonica di Torì e Ukè, fatta di contatto e ascolto reciproco, si realizza una condizione di “interezza” , nella quale pur mantenendo la propria unicità e peculiarità , ci si percepisce una parte del tutto. Così la risposta alla richiesta dell’utente non potrà che essere opportuna ed efficace. Educare l’operatore shiatsu, attraverso pratiche mirate, al raggiungimento di questo obbiettivo, può dare quel valore aggiunto sia al professionista già formato che ne coglierà appieno i vantaggi, che allo studente per il quale si delineerà con più chiarezza la strada da seguire.

Al termine dell’esposizione teorica seguirà una parte pratica dove, dopo l’esecuzione del metodo Zhineng Qigong “Laqi Guanqi Fa” (metodo di stirare e riempire il Qi), i presenti si scambieranno un breve trattamento, facendo esperienza della sensazione di apertura e fusione, della percezione di completa interezza e unità di Torì e Ukè.

 

 

 

Ileopsoas, espressione di globalità e di connessione corporea; riequilibrio energetico dei reni – Valter Yugen Umelesi

 

“Vivere la vita” è andare incontro al mondo.

Il movimento è l’espressione visibile dell’energia, che ci da la possibilità di riempire tempi e spazi della nostra esistenza.

Come nella musica, ritmi esterni e interni regolano la nostra quotidianità e tutte le nostre strutture corporee suonano insieme in maniera sincronica ogni istante.

A volte però, il naturale scorrere del tempo porta a creare disarmonia e la sincronia fra i movimenti degli organi interni e il nostro insieme corporeo viene alterata.

Per ritrovare una condizione armonica, prenderemo in considerazione il muscolo ileo-psoas, che oltre ad essere determinante riguardo la posizione della struttura scheletrica, avere una grossa influenza a livello viscerale (e viceversa), avere importanti rapporti con organi vitali e strutture dell’organismo, svolge un ruolo determinante per l’equilibrio energetico dell’essere umano.

Si può affermare che la salute del muscolo psoas è determinante per la salute dell’intero organismo, al pari del suo “vicino” muscolo diaframma al quale è strettamente collegato. Le inserzioni del diaframma si incrociano con quelle dello Psoas. Il diaframma è intimamente connesso ai Polmoni (oltre che al cuore e al Pericardio) e in questo modo la coppia Diaframma-Psoas rende giustizia al detto cinese “il Rene deve afferrare il Qi del Polmone”.

Lavorando sullo psoas agiremo sui Renie attraverso la praticaShiatsu e tecniche mirate cercheremo di ridare equilibrio e  spazio a questi organi, custodi della nostra possibilità di esistere. ”

La pratica combinerà lo Shiatsu e tecniche di manipolazione messe a punto da un percorso di studio di anatomia esperienziale. Shiatsu e tecniche complementari, riporteranno equilibrio energetico a questa struttura muscolare, assicurando mobilità e forza alla colonna vertebrale (alla quale è collegato), tonificando dal punto di vista energetico le gambe e soprattutto armonizzando i reni.

 

 

I Chakra e la loro Integrazione con i Meridiani Shiatsu  (Diego Sanchez) 

 

I Chakras sono strutture energetiche che connettono la parte esterna con la parte interna della persona con la funzione di assorbire e distribuire l’energia. Tutti i chakras si relazionano con parti del corpo fisico,  sono essenziali per il mantenimento della salute proprio per il loro contributo energetico,  ma hanno anche una funzione archetipica che ci collega con il nostro ambiente in modo simbolico.

Sapere come  è il movimento dell’energia in ciascuno dei nostri chakra è uno strumento per una profonda conoscenza di sé , che consente di modificare i modelli di salute e di comportamento a tutti i livelli.

Il sistema dei chakras è originario dell’India, è parte della tradizione  Yoga e Ayurveda nella Medicina Tradizionale Cinese  ci sono delle strutture molto simili, come i meridiani,  nella descrizione del movimento dell’energia nel corpo. I chakras hanno una stretta interazione con i meridiani, ogni chakra ha una correlazione con una coppia o più di meridiani. Si può riequilibrare uno dei due sistemi e avere un riequilibrio anche nell’altro.

Ci sono molti modi per connettersi con l’energia dei chakras  in quanto sono strutture che riflettono le infinite vibrazioni  che  arrivano dall’universo fino a noi ; li possiamo contattare attraverso il movimento yoga, visualizzazione, meditazione,  suoni,  colori e altro, come per i meridiani ci sono molti esercizi di stretching per sentire la loro qualità energetica.

I Chakras si trovano lungo l’asse centrale del corpo, hanno un senso di rotazione. La rotazione dei chakras  è un’ esperienza  molto forte del movimento energetico.

Nella presentazione faremo degli esercizi per sentire come è il movimento dei Chakras nel corpo e in quali aspetti  sono utili nelle sedute shiatsu.

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